di Vanessa Crescenzi

Alice Paltrinieri è un'artista romana, classe 1987. Frequenta il Liceo Artistico in via Ripetta dove uno dei suoi insegnanti è l'artista Cesare Tacchi. Si inscrive all'Accademia di Belle Arti frequentando la classe di scenografia che gli consentirà, per qualche tempo, di fare pratica in ambito cinematografico. Per un periodo la sua esperienza artistica si divide tra Roma e Londra dove lavora per Nina Fowler e Angela de La Cruz. Collabora anche con l'artista statunitense Lawrence Carroll. Nella capitale invece è, per tanti anni, a fianco del pittore Mauro Di Silvestre. Attualmente è assistente del Maestro Pizzi Cannella nell'atelier dello storico Pastificio Cerere di San Lorenzo (Roma).

Alice Paltrinieri indaga lo spazio, in particolare lo spazio architettonico di provenienza industriale: ex fabbriche, edifici abbandonati, grandi scheletri di cemento armato appartenenti alla periferia romana, ma non solo. Il suo sguardo è costantemente rivolto a zone di margine al limite dell'anonimato: munita di macchina fotografica attraversa questi terrains vagues, residui dell'era contemporanea, e fotografa gli edifici e i loro resti cercando punti di vista insoliti. Inizialmente si sofferma su dettagli strutturali ingigantendoli e riportandoli, attraverso il mezzo pittorico, su molteplici superfici come accaduto nei lavori della serie black (acrilico e vernice su lastre di acciaio) realizzati nel 2015. L'intero campo visivo, in una di queste opere, è occupato da una scala antincendio che emerge minacciosa dal fondo nero del supporto. La fotografia per l'artista è soltanto un punto di partenza, un documento d'archivio dal quale prende le distanze durante la realizzazione dei lavori contrapponendo, alla sua risoluzione, l'evanescenza di una pittura veloce e istantanea. Nella serie white le architetture, ancora fotografate, affiorano dalle tavole di legno (acrilico e olio) come da fondali glaciali. Questi mausolei del contemporaneo vengono colti dall'artista, diversamente dai precedenti, in una prospettiva più ampia e distante cosi da donare all'osservatore una visione d'insieme ancora più estraniante e votata all'immobilità assoluta. Nel terzo ciclo blue, realizzato sempre nel 2015, l'artista non è più interessata all'attraversamento e alla visione diretta degli spazi urbani e si affida ad immagini trovate. Questo disinteressamento alla fotografia coincide con la scomparsa progressiva delle architetture dal supporto sostituite, quasi del tutto, da cieli azzurri artefatti che registrano un'atmosfera di sospensione metafisica. I lavori appartenenti a quest'ultima serie oscillano tra il piano della figurazione a quello dell'astrazione senza raggiungerlo mai del tutto. Dall'osservazione attenta di queste tre serie, l'una strettamente legata all'altra, emerge che il punto di vista prediletto da Paltrinieri è quello esterno: ci lascia scrutare da vicino dettagli strutturali come presi sotto una lente d'ingrandimento, ci offre poi una visione d'insieme degli anonimi paesaggi architettonici fino a farli scomparire improvvisamente sotto i nostri occhi. In pastels la sua ricerca giunge ad un punto di svolta: riduce drasticamente la superficie del supporto (carta su legno) e fa coesistere, per la prima volta, spazi esterni ed interni su di un unico piano.
Ai lavori più specificatamente pittorici l'artista affianca piccole installazioni e interventi ambientali memori dei suoi studi scenografici. Il primo (2014) consiste nella realizzazione di sagome di vedute metropolitane intagliate a mano su differenti tipi di carta e cartoncini legate l'una all'altra con del filo. Nell'anno seguente interviene direttamente sulla parete di un ex Fabbrica in zona Tiburtina/San Basilio con delle mattonelle in terracotta realizzate e dipinte personalmente, una ad una, con dei motivi decorativi. L'artista realizzerà un intervento molto simile al Museo MAAM ospitato nell'ex stabilimento Fiorucci in via Prenestina a Roma. Qui il suo progetto coabita con quello realizzato da molti artisti contemporanei nazionali ed internazionali.
In Cubes, del 2016, Paltrinieri ingloba omini di plastica colorati in colate di cemento all'interno di piccoli stampi cubici che poi assemblerà insieme a formare dei Totem contemporanei. In Cement, dello stesso anno, l'artista colpisce con il martello pezzi di gasbeton che poi dipinge minuziosamente donando a ciascun lato la sua trama: la facciata di un palazzo contemporaneo convive qui con l'interno color oro di una possibile basilica mediovale.

L'artista parte da queste architetture spoglie e decadenti per tornare alle origini dell'uomo. Gli edifici nudi sono, nella sua mente, gli scheletri dai quali ripartire per fondare delle nuove identità libere dalle convenzioni sociali e culturali nelle quali da sempre siamo intrappolati, come testimoniano i suoi omini immersi nel cemento. L'artista cerca di scardinare, attraverso le architetture che diventano degli espedienti, le convenzioni sociali che negano agli uomini la libertà di agire.

Con la serie Cement la consapevolezza della giovane artista diventa sempre maggiore tanto da costringerla ad un confronto diretto con la realtà: "i miei pezzi di cemento potrebbero essere anche quel che resta di un bombardamento in Siria eseguito da un raid russo o da un drone americano o anche di un attentato di un kamikaze a Bruxelles. Non importa dove. Questi pilastri che cadono pesanti sul suolo si frantumano agli angoli come fossero feriti. Feriti come noi."

Alice reagisce a tutto questo decorando, con dedizione, piccole porzioni di fabbriche abbandonate o dipingendo frammenti di mosaici color oro direttamente sul cemento nudo. È il suo personalissimo modo di regalare a questi luoghi delle nuove identità, per infondere un pò di ricercata bellezza e soprattutto un senso di fiducia per il futuro, di tutti. Speriamo.

Roma, 2016

di Rossella Fumasoni

Il tuo è un lavoro in bilico tra costruzione e distruzione, una sorta di archeologia sentimentale, reliquiario di mattinate e vite sospese tra quello che è stato e quello che sarà.
E' un lavoro con più diverse chiavi di lettura e accezioni che porta ad uscire all'esterno in luoghi poco agevoli e consolatori.
Ha una durezza.
È un senso di abbandono e di sconforto che solo l'azzurro sembra placare.

Roma, 2016

di Federica Soldati

Alice Paltrinieri cola cemento, edifica frammenti, distilla interiorità.
Un gesto incisivo di espressività irrinunciabile sgretola la consolidata durezza del materiale litoide; Alice ri-costruisce quanto infranto. Con minuzia, assembla i frantumi di un’integrità negata, cementa schegge di anelata realtà: è un tentativo di equilibrio.
Epidermiche fenditure, viscerali aperture affacciano su una vivida memoria. Nella consapevolezza dell’irripetibile, Alice vela di un tenue azzurro la lancinante lacerazione. La celestiale cromia dal vigoroso candore ricade salvifica.
Un pilastro sorregge una precarietà strutturale irrisolvibile. Alice ne modella ogni singolo strato: vi imprime corporeità, paesaggi, architetture, sedimenta sparse vestigia. Con scritte a grafite registra l’inesorabile ripetersi della Storia. Custode solitario di una Memoria collettiva, Alice ne condensa le vacillanti pareti, preserva le ferite – germogli di fragilità, varchi di intima forza – rinsalda il precario equilibrio. Diroccato perno di fatiscente interezza, il pilastro diviene sostegno di ri-nnovata stabilità.
Nella kunderiana "infinita leggerezza di un mondo che ha perso le sue dimensioni", tra le piaghe delle opere di Alice Paltrinieri una vermiglia speme rompe: è delicato riecheggio di femminilità, purpureo segno di vitalità.

Equilibri (im)perfetti, 2017

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